La notizia è ghiotta. Come può essere qualsiasi notizia che gira attorno alla vicenda Rai. Quindi insipida e tiepida al punto giusto, perfetta per la tavola apparecchiata in maniera sciatta come nella migliore tradizione del bon ton di viale Mazzini. Quindi, Carlo Rognoni pubblica un libro di memorie, un diario della sua esperienza da consigliere d'amministrazione in Rai: Rai Addio. Un libro di memorie celate da tempo non si nega a nessuno: semmai non si spiega il perché il consigliere sopito per così tanto tempo si è improvvisamente ridestato: forse il fatto di essere così prematuramente uscito dal cuore di Veltroni? Sospetto che sia solo caduto da letto e la botta sia stata talmente forte che le corde vocali hanno ricominciato a comunicare con il cervello. Non voglio togliervi il gusto della lettura di un così arzillo libro, come il suo autore dopotutto, ma vorrei sottoporvi uno dei temi aitanti che il libro offre: il danaro. Dal dibattito sul cachet di Emanuele Filiberto di Savoia per Ballando con le stelle, 400 milioni di euro poi ridimensionato a quello percepito dagli altri concorrenti, al compenso di Fabio Fazio per Che tempo che fa: 25 mila euro a puntata e 50 mila per quelle speciali. Ma l'esclusiva, precisa, comprende anche 500 mila euro per l'eventuale conduzione di Sanremo. Ecco appunto, 25 mila euro a puntata del buon Fabio Fazio. Ora non voglio cominciare la retorica infinita sul significato dei soldi nel lavoro e peraltro sono il primo a sostenere che il merito, soprattutto in un ambiente creativo come la televisione va giustamente remunerato. Ma, dopo la lettura del vigoroso articolo su Fabio Fazio apparso sulle pagine della rivista Micromega, il mio pensiero si è soffermato all’interno di un quesito: se la televisione, oltre ad essere un bastimento carico di creatività (regia, parte autorale e altro) è soprattutto un sistema industriale qual è il corrispettivo economico giusto per le professionalità che la compongono? Il programma condotto da Fabio Fazio, Che tempo che fa, e scritto insieme a altri quattro autori: Pietro Galeotti, Marco Posani, Michele Serra e Samanta Chiodini. Quattro. Tra questi Pietro Galeotti è il vero autore-cretivo di tutti i programmi di Fabio Fazio e un guru come Michele Serra. Quindi possiamo tranquillamente affermare che il lavoro di scrittura di Fabio Fabio sia enormemente facilitato, ossia scrive e crea poco. Fabio Fazio conduce il programma (rivolge esclusivamente le domande all’ospite di turno) nel modo e nei tempi di Fabio Fazio; da sempre conduce i programmi nello stesso identico modo, una serie di domande condite con altre domande affermative – il limite di Fabio Fazio è sempre stato questo, da sempre. Tra l’altro Fabio Fazio funziona solo come spalla divertita, accomodante e ossequiosa dell’ospite di turno. Ergo quindi che da anni il personaggio Fabio Fazio non cambia di una virgola il suo modo di condurre i suoi programmi. Per 25.000 euro a puntata uno si attende un pochino di più.
In tutto questo bailamme di cifre economiche, autori e conduttori, il libro di Rognoni tralascia un quesito importante, tra l’altro mai affrontato in nessun consiglio di amministrazione Rai: chi fa i programmi?
In Rai esiste una categoria professionale che solo l’azienda di stato detiene: il programmista- regista, figura professionale nata certamente dalla mente malata e punitiva di qualche oscuro funzionario Rai. Ma cosa fa il programmista –regista nella televisione della Rai? Tutto. Può ideare programmi, può scrivere i testi delle trasmissioni, può realizzare regie in studio oppure in esterna, può realizzare i servizi cha vanno in onda, può realizzare inchieste televisive, può ideare i girare spot pubblicitari per i programmi televisivi, può organizzare il lavoro della redazione, può decidere ed organizzare gli ospiti dei programmi. Il programmista-regista può fare tutto. Senza i programmisti-registi un programma Rai non può andare in onda. E quando guadagna mensilmente un programmista-regista? Certamente non come Fabio Fazio, lui è la star del programma. Diciamo un 25% dei 25.000 euro che il buon Fazio prende a puntata? 6.250 a puntata? No! Prende a malapena 1.500 euro al mese. Non vi sembra che ci sia qualche problema nella distribuzione del reddito in Rai?
Qualcuno può obiettare che il programmista-regista non realizza tutte le sue funzioni, che il suo ruolo fondamentale nella televisione dell’epoca d’oro della Rai (tra gli anni settanta e gli anni ottanta) si sia affievolito per dar spazio all’invasione del giornalista tuttofare. Può essere, anzi è certamente vero. Allora perché la Rai sta assumendo centinaia di programmisti-registi? A cosa servono?
Attendo risposte, soprattutto da Carlo Rognoni.
In tutto questo bailamme di cifre economiche, autori e conduttori, il libro di Rognoni tralascia un quesito importante, tra l’altro mai affrontato in nessun consiglio di amministrazione Rai: chi fa i programmi?
In Rai esiste una categoria professionale che solo l’azienda di stato detiene: il programmista- regista, figura professionale nata certamente dalla mente malata e punitiva di qualche oscuro funzionario Rai. Ma cosa fa il programmista –regista nella televisione della Rai? Tutto. Può ideare programmi, può scrivere i testi delle trasmissioni, può realizzare regie in studio oppure in esterna, può realizzare i servizi cha vanno in onda, può realizzare inchieste televisive, può ideare i girare spot pubblicitari per i programmi televisivi, può organizzare il lavoro della redazione, può decidere ed organizzare gli ospiti dei programmi. Il programmista-regista può fare tutto. Senza i programmisti-registi un programma Rai non può andare in onda. E quando guadagna mensilmente un programmista-regista? Certamente non come Fabio Fazio, lui è la star del programma. Diciamo un 25% dei 25.000 euro che il buon Fazio prende a puntata? 6.250 a puntata? No! Prende a malapena 1.500 euro al mese. Non vi sembra che ci sia qualche problema nella distribuzione del reddito in Rai?
Qualcuno può obiettare che il programmista-regista non realizza tutte le sue funzioni, che il suo ruolo fondamentale nella televisione dell’epoca d’oro della Rai (tra gli anni settanta e gli anni ottanta) si sia affievolito per dar spazio all’invasione del giornalista tuttofare. Può essere, anzi è certamente vero. Allora perché la Rai sta assumendo centinaia di programmisti-registi? A cosa servono?
Attendo risposte, soprattutto da Carlo Rognoni.


