Confesso di non amare Antonio Di Pietro. Detesto i moralisti, falsi oppure semiveri. Detesto il populismo fascista, forcaiolo e giustizialista. Perdonatemi. Mi tiro dietro il retaggio di una gioventù passata dentro i movimenti libertari e radicali degli anni settanta. Abbiamo combinato poco in termini di “rivoluzioni” ma sappiamo ancora riconoscere il fascista che ci passeggia affianco: i suoi pensieri sono malcelati dietro una manciata di populismo di sinistra troppo simile al vecchio farneticare di Servire il Popolo. E poi, per dirla alla Nicolai Lilin un poliziotto è un poliziotto sempre. Anche in sonno. Noi vecchi arnesi della politica post-settantasettina siamo ancora convinti che la democrazia (una volta la democratica rivoluzione) si costruisce con la politica e solo con la politica e non con la magistratura: la “democrazia” costruita nelle aule di tribunale, con la galera e altro si chiama in un altro modo. Solitamente finisce sempre con “ismo”. Poi i “valori” che si ergono in grassetto sul simbolo del partito di Antonio Di Pietro mi hanno sempre fatto incazzare: quali valori? non esistono valori buoni per tutti. I valori devono sempre essere condivisi da gruppi di persone simili riferiti a qualcosa. I valori della Costituzione ad esempio, oppure quelli religiosi. Ma quale religione? Cristiana? Mussulmana? Ebraica? I valori sono sempre dissimili per gruppi differenti. Solitamente i laici, razza sempre più rara, circoscrive i “valori” da condividere, li screma sempre di più, fino al raggiungimento di due: libertà e democrazia. Antonio Di Pietro invece tende a “valorizzare” i suoi di valori e li sbatte in faccia come un gerarchetto di provincia. Di Pietro conosce solo il bene e il male, il dritto e il rovescio: la sua analisi dell’umana esistenza è identica al verbale del poliziotto sottocasa. Poi il simbolo del suo partito: il gabbiano. I simboli sono essenziale per l’uomo, sono segni di riconoscimento immediato. Quello scelto da Antonio Di Pietro è un noto predatore, una merda d’uccello. Forse lui ricorda i suoi anni settanta, quando faceva il commissario di polizia e cercava di gonfiarci di botte; nei momenti di pausa leggeva certamente “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach. La sua mente semplice e contadina sarà stata fulminata da quel testo, un vero incubo letterario, fino a riproporre il gabbiano nel marchio del suo partito. Ora, il gabbiano , vive nelle discariche e si nutre di scarti alimentari. Sono ormai moltissimi i fenomeni di attacco nei confronti di altri animali (piccioni, gatti, cani di piccola taglia) ed in qualche caso persino esseri umani. Nel primo caso si arriva fino all'uccisione ed a nutrirsi della vittima stessa (es.: piccioni). Straordinario! È proprio quello che fa Antonio Di Pietro: si nutre di disgrazie altrui e se le disgrazie sono poco le gonfia come pasta madre. Come ieri sulla vicenda del Berlusconi pesto al Duomo di Milano: si è avvinghiato al cadavere mediatico del Silvio nazionale, spolpandolo ancora sanguinante, sotto una sequenza di stronzate proto-fasciste. Vedi alle volte una cattiva lettura cosa ti combina?




