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D’accordo. E’ tutto giusto. Il perfido Augusto Minzolini è l’unico giornalista, in Italia che parla con i politici. Anzi è l’unico giornalista in assoluto che parla con i potenti e i potentini del Palazzo. Uno scandalo inverecondo, in un paese dove il giornalismo e i giornalisti sono esempio fulgido di correttezza e obiettività per tutto il mondo. Ancora più grave che il tutto avvenga in Rai, noto avamposto di controllo dei Poteri al servizio dei cittadini. La gravità del fatto è ancora più assordante perché l’attacco della vergogna dei giornalisti italiani, ossia Angusto Minzolini, è rivolta contro il più indipendente e libero dei difensori della libertà d’informazione che risponde al nome di Michele Santoro. Un maestro nel separare i fatti dalle opinioni. La mia nausea è sempre più potente. Ma siccome la mia storia è motivo di coerenza, come insegna il maestro Santoro, non riesco a togliermi di dosso i motivi (e anche le botte) che mi portarono sulle fragilissime barricate del 1977. Ora, è vero che tutto cambia e che tutto è in perenne movimento, ma all’epoca si pensava (pensa che stolti ed ingenui che eravamo) che la magistratura non è sempre democratica e che molta parte di essa agiva per fini di Palazzo. Che scemi noi settantasettini. E che scemi adesso noi ex-settantasettini a pensare che intercettare un giornalista non è propriamente democratico. Nel 1977 si sarebbero organizzate manifestazioni di sdegno democratico. Oggi No! Intercettare un giornalista è lecito (perché intercettare il Presidente del Consiglio in Italia ancora non si può fare, ergo il telefono intercettato era quello di Minzolini). Soprattutto se parla con i politici. Con certi politici.
Pubblicato da Roberto Giannotti alle 14:06 nella Politicamente Scorretto | Permalink
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La campagna elettorale è nata sotto il segno del caos. E delle stupidità italica. Profonda e inutile come i coretti che cantavamo alle elementari la vigilia del 4 novembre. Il gagliardo Alfredo Milioni è il rappresentante nominato per acclamazione diretta dalla congrega nazionale degli inutili idioti. Le congetture strategiche che si affacciano sui giornali sono piccole falsità utilizzate per nascondere la semplice e stupefacente verità: il nostro eroe armato di faldoni zeppi di firme si è assentato per “annà a magnà”. La sacra ora del pranzo va officiata in ogni luogo o circostanza. Anche la rivoluzione elettorale può attendere, se il buco avanza si deve per forza otturare con carboidrati zeppi di trigliceridi assortiti. Lo spot ipernazionale della Fiesta Ferrero prende forma e vita e Alfredo Milioni si trasforma in testimonial perfetto. La televisione è realtà tridimensionale. Anche le nostre eroine che si contendono la presidenza della regine Lazio sono zuppe di affinità televisive. La ex sempregiovane Emma Bonino sembra la copia conforme di un qualsiasi palinsesto di RaiTre: fintamente nuovo e tragicamente sempre uguale a se stesso. Quasi una replicante di Serena Dandini: stessi testi, stessi ospiti, stessa regia, che si ripetono infinitamente per anni. Con il target-pubblico felice di ritrovarsi nell'elenco gioioso della propria solitudine condivisa. La Renata Polverini invece replica il palinsesto di una qualsiasi rete Mediaset. La neo sempregiovane è la novità che non si palesa mai. L’attesa che si sovrappone tra un blocco pubblicitario e l’altro. Sembra una creazione di Maurizio Costanzo centrifugata con la sicumera Endemol, il nuovo che è nuovo solo perché è annunciato come nuovo. Gli elettori del Lazio sono spettatori ebeti con i loro telecomandi senza pila sulle ginocchia, volutamente distratti per non vedere il grande vuoto che inghiotte le loro speranze di democrazia.
Pubblicato da Roberto Giannotti alle 10:30 nella Politicamente Scorretto | Permalink
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Pubblicato da Roberto Giannotti alle 15:59 nella Politicamente Scorretto | Permalink
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Pubblicato da Roberto Giannotti alle 10:30 nella Politicamente Scorretto | Permalink
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Pubblicato da Roberto Giannotti alle 16:00 nella Politicamente Scorretto, Pulpito | Permalink
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Emma Dante è la più grande regista teatrale contemporanea. Punto. Il suo teatro, le sue regie, sono il dono più grande che mente umana possa regalare ai suoi simili. Il suo teatro è pulsazione continua, passione travolgente e emozioni profonde. Siamo al limite dell’opera d’arte. La sua Carmen, andata appena in scena alla scala di Milano, è testimonianza di questo. E di altro ancora. Cosa curiosa è che la diretta dell’evento è andata in onda in chiaro sui canali Sky. Non sul servizio pubblico Rai: questo è prova dell’incapacità dell’attuale Consiglio di amministrazione dell’azienda di pensare e costruire un servizio pubblico radiotelevisivo degno di questo nome. I gagliardi consiglieri preferiscono perdere il loro prezioso tempo, retribuito dai contribuenti, nell’esegesi di Monica Setta e del povero Michele Santoro. Quest’ultimo è un altro che del servizio pubblico se ne frega abbondantemente (con la scusa della libertà creativa e giornalistica) Tant’è. Torniamo invece a Emma Dante. Dopo la prima un simpatico vecchietto che risponde al nome di Franco Zeffirelli vomita il suo livore contro la regista della Carmen con queste parole: «È una donna irresponsabile, frutto di una cultura sbagliata, autrice di costumi brutti che non si vedono neppure in un teatro di provincia e coadiuvata da uno scenografo indegno (Richard Peduzzi). È uno scandalo che la Scala abbia fatto una simile porcata, con la presunzione di volere insegnare ai giovani cos'è l'opera» Amen. Ora chi è Franco Zeffirelli? È il regista più formale, inutilmente descrittivo e spaventosamente pedante che il cinema e il teatro italiano dona al suo pubblico. Assistere ad una regia di Franco Zeffirelli e come partecipare alla messa in scena di una dei manuali di Dino Audino Editore: catechesi cinematografica. Come non dimenticare quel capolavoro di superficialità cinematografica che è stato il “Gesù di Nazareth”? Oppure “Il Campione”, sceneggiatura che neppure il miglior Bruno Vespa poteva partorire. Invece la retorica culturale italiana si crocifigge attorno al maestro Zeffirelli e dissolve Emma Dante (tra l’altro è anche e soprattutto donna: orrore orrore!). Il simpaticissimo vecchietto (Franco Zeffirelli) qualche giorno fa non si è sottratto ad un’altra performance ad alto valore culturale: invitare una giornalista ad andare lentamente affanculo. Povero Zeffirelli, la sua infanzia è stata difficile: Wikipedia racconta - L'infanzia tribolata, dovuta al mancato riconoscimento paterno ed alla prematura scomparsa della madre, è stata in qualche modo equilibrata dall'affetto e dall'esempio ricevuti da Giorgio La Pira, suo istitutore ai tempi del collegio nel convento di San Marco a Firenze-. Tutto è chiaro? Forse qualche anno da un buon psicanalista ci avrebbe sottratti dalla vuota retorica del cinema di Zeffirelli. Forse qualche anno da un buon psicanalista avrebbe donato a Franco Zeffirelli una vecchiaia tranquilla e serena. E forse la prima della Carmen alla Scala di Milano, con la regia di Emma Dante, diventava patrimonio di tutti in prima serata su RaiUno.
Pubblicato da Roberto Giannotti alle 12:11 nella Politicamente Scorretto, Pulpito | Permalink
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Visto? Non è accaduto nulla. Non si son viste improvvise rimozioni di programmi televisivi, ne epurazioni immediate. Non ci sono stati i carri armati sotto via Teulada e l’esercito non si è visto deambulare nei corridoi di viale Mazzini. La democrazia è salva! Paolo Gentiloni sicuramente ora è più tranquillo. Meno il consigliere Nino Rizzo Nervo, l’ultimo difensore della democrazia televisiva in Italia. La sostituzione di Paolo Ruffini alla direzione di RaiTre è stata votata in maniera quasi bulgara dal consiglio di amministrazione. Arriva Antonio Di Bella, che non mi pare un frequentatore del giardino Arcore. La vicenda è stata gestita in maniera geniale dal fronte popolare del Partito Democratico. Fronte popolare nel senso di Franceschini et fazione perdende all’ultimo congresso-primarie del Pd: far passare Paolo Ruffini come l’ultimo avamposto possibile nella lotta antiberlusconiana e difesa assoluta della qualità televisiva. Dopodiché Paolo Ruffini è subito apparso come un grande stratega della creatività televisiva, al pari di Carlo Freccero e Antonio Campo Dall'Orto. Di conseguenza il povero Di Bella è diventato subito il volto dell’inciucio d’alemiano a viale Mazzini, pronto a cancellare di colpo i programmi televisivi che preoccupano Silvio Berlusconi , da Report a Chetempochefà. Della serie affettuosità a sinistra. Capolavoro assoluto è stato quando la sinistra bella e pura che ruota attorno al Fatto Quotidiano si è improvvisamente dimenticata di quando accusava proprio Paolo Ruffini di servilismo un tantino fascista (la vicenda Raiot, il programma di Sabina Guzzanti) e si è nominata difensora unica e assoluta dell’identità di RaiTre. In questo Rizzo Nervo è stato un grande stratega della comunicazione. Ma Paolo Ruffini è stato veramente un direttore innovatore per RaiTre? Andiamo per gradi. L’unico vero direttore di RaiTre è stato Angelo Guglielmi. L’inventore di RaiTre, l’ultimo grande intellettuale alla guida di un canale televisivo. Altro che Freccero. Angelo Guglielmi ha inventato RaiTre, i suoi programmi e l’idea stessa di televisione colta e popolare: ovvero il servizio pubblico. RaiTre è nata con lui nel 1987 e non, come vogliono farci credere oggi nel 1980; quindi il famoso trentennale della rete che si festeggerà tra poco è una vera burla. Antistorica. Dopo Guglielmi solo il biennio di Giovanni Minoli è stato proficuo per la rete: l’invenzione della “Squadra” ad esempio e altre diavolerie minoliane. Di Luigi Locatelli, Francesco Pinto e Giuseppe Cereda non rimane traccia storica, televisivamente parlando ovviamente. Dal 2002 inizia l’era di Paolo Ruffini: una direzione sottotraccia all’inizio, poi pian piano comincia ad emergere qualcosa. Giovanni Floris con Ballarò è una sua invenzione. Una talk politico garbato e supponente. Ecco il garbo è una chiave per capire la direzione di Ruffini: sempre in bilico tra volere e desiderio. Del resto la tradizione di Ruffini è quella democristiana e molto “democristiana” è stata la sua direzione. Molto garbati i programmi voluti da Ruffini, molto educati e terribilmente radical chic. Del resto la sua famiglia proviene dalla buonissima borghesia siciliana e i suoi programmi sono sempre saccenti e fintamente nuovi. Prendete Tatami su tutti: sembra l’ outlet di programma televisivo intelligente; in realtà è la parodia modello parrocchiale di quello che la borghesia autoriale romana legge sulle riviste finto-cult. Una tragedia. Comunque i programmi che fanno l’immagine della rete, a parte Ballarò, son tutti quelli di Angelo Guglielmi. Report invece è una creatura di Giovanni Minoli. I programmi innovativi di RaiTre di questi ultimi anni sono tutte produzioni esterne oppure acquisti. Stranamente poi del disastroso programma di Paola Cortellesi “Non perdiamoci di vista” (costato una follia per gli standard di RaiTre) i biografi di Paolo Ruffini si son inaspettatamente dimenticati: forse per i devastanti ascolti ricevuti? Paolo Ruffini si è inventato pochino in questi sette anni. È stato un buon capitano. Ma un pessimo esploratore. Antonio Di Bella saprà fare di meglio? Saprà liberarsi dal fantasma di Angelo Guglielmi? Avrà il coraggio di fare una televisione meno noiosamente borghese e più vicina all’immaginario di una sinistra moderna in cerca di una identità contemporanea? Chissà. Quello che è certo è che Paolo Ruffini non ci è riuscito.
Pubblicato da Roberto Giannotti alle 10:56 nella Politicamente Scorretto, Pulpito | Permalink
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Pubblicato da Roberto Giannotti alle 10:20 nella Politicamente Scorretto, Pulpito | Permalink
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